Una storia

Nel corso degli anni si è assistito al dibattito sull’impronta del welfare nello scenario italiano.

Abbiamo assistito ad un’evoluzione dinamica che via via ha trasformato i servizi sociali da passive prestazioni a vitali fonti di opportunità di relazione fra le persone.

La personalizzazione dell’intervento ha permesso di riconoscere la soggettività nascosta dietro l’utente, al punto che oggi si definisce servizio alla persona ogni intervento reso attivo e fornito in risposta a bisogni espressi.

Ancora oltre: l’idea di sussidiarietà, espressa fortemente per molti anni dalla dottrina sociale della Chiesa, ha assunto un’importanza fondamentale nel dibattito sulle competenze e sui ruoli degli attori della vita sociale e sul senso civico della comunità.

Aver riconosciuto tale principio nelle leggi e nei regolamenti sulle autonomie locali rappresenta quella rivoluzione culturale che può salvare la comunità dalla logica perversa di “aggregazione per autotutela” ed aprirla alla responsabilità di produzione di maggior bene comune ed alla tensione verso la ricerca di uno stile di vita intriso del senso di appartenenza e di responsabilità per l’intera comunità locale.

In altre parole invertire la tendenza al personalismo e all’edonismo così accentuata dalla logica consumistica, alla produzione di benessere relazionale diffuso.

Stare bene è la tensione di ogni essere umano, indistintamente, e, dal momento che le relazioni sociali sono sempre più numerose per ogni individuo, la ricerca del benessere personale è inscindibile dal benessere di tutta la comunità locale.

I percorsi per il raggiungimento di questa nuova frontiera sono appena definiti e sentono il bisogno di superare i limiti culturali della logica centralista ed i limiti strutturali di un mercato che ruota quasi esclusivamente sull’utile di carattere economico.

I limiti culturali di tipo centralista sono rappresentati dall’esigenza di governo che il mondo politico, a qualunque ideologia esso appartenga, deve mantenere per una corretta gestione del denaro pubblico e per garantire le condizioni di vita dignitose, adeguate e giuste per ogni cittadino. Lo schema dell’azione democratica è ormai stabilito da prassi forse più figlie di una logica di gestione di potere che di affidamento di responsabilità da parte del cittadino.

Oggi, per quanto ci è dato constatare, è l’amministratore locale che deve leggere bisogni, scovare strategie, fare progetti ed attuare scelte, affidare, verificare ogni azione pubblica, stando anche molto attento (non deve essere scandalo) a gestire un consenso popolare.

Tutto questo originato da un inaridimento della proposta e del senso civico di ogni singolo; sentire, da parte di ogni cittadino, come problema politico, solo la pressione fiscale o credere di dovere fare i conti solo con la propria condizione sentendosi dispensati dalla partecipazione ha reso difficile o nulla la crescita culturale dei partiti, dei movimenti politici e di ogni altra formazione civica, autorizzando gli stessi amministratori locali a ricoprire un ruolo di puro esercizio tecnicistico della funzione pubblica.

In questo scenario è facile capire come il volontariato e la cooperazione sociale possano essere visti meramente come fonte di economia (e non come fermento di idee e focolaio di proposte).

La sussidiarietà, poi, viene sbandierata superficialmente e poi utilizzata come copertura o ulteriore affidamento di azione predeterminata dal pubblico, spesso dal funzionariato pubblico.

E’ vero che l’associazionismo sta portando aliti di freschezza in questo paesaggio, ma è pericoloso che si esaurisca nel raggiungimento degli interessi dei soli iscritti, trascurando la visuale di un più ampio orizzonte per tutti.

Qui forse uno dei momenti di crisi dell’attuale sistema democratico e partecipativo da cui nasce una domanda provocatoria:

in un sistema veramente democratico che bisogno ci sarebbe di associazioni di tutela, di partiti con visione monotematica della vita pubblica e quanto sarebbe legittimato un sistema di Programmazione di Interventi e di Bilanci Pubblici basato su settori asettici e non contaminati dal sogno di una trasformazione globale?

I limiti di mercato sono imposti da una concorrenza spietata fra imprese, dove gli spazi vitali di ogni attore sono ridotti all’osso e dove essere stabili e vantaggiosi passa sempre attraverso la distruzione degli anelli più deboli della catena.

E’ stato facile portare la sfida sul terreno della economicità basata esclusivamente sul prezzo (la qualità spesso non è misurabile e, in ogni caso, la si costruisce con dispendio di risorse nel pubblicizzarla piuttosto che attraverso la qualità intrinseca del prodotto), ed i colossi della produzione e della distribuzione hanno risorse umane ed economiche per gestire i propri imperi secondo questa logica.

Ora che ogni consumatore ha assimilato questo criterio di valutazione, ci stiamo a chiedere biecamente il perché di:

· Stravolgimenti organolettici e biologici dei prodotti di cui ci alimentiamo;

· Sfruttamento di particolari parti del mondo definite, da noi, “paesi sottosviluppati”;

· Mancanza di possibilità di autodeterminazione da parte di giovani imprenditori;

· Manipolazione ed uso strumentale degli organi di informazione;

· Fomentazione di conflitti nei paesi ad economia debole, finalizzati, guarda caso, all’allargamento degli spazi di mercato o di acquisizione di manovalanza a basso costo.

· Accumulo di capitali, e derivante capacità di investimento degli stessi, da parte di pochi potenti e relativo abbassamento della possibilità di reperimento di risorse nei sistemi di credito a portata del cittadino.

Tutto questo non deve assumere il tono di una condanna e non deve essere l’annuncio di una rivoluzione armata, ma può costituire una buona, sicuramente non completa, constatazione dell’attuale situazione in cui ci troviamo ad operare.

La vera rivoluzione è rappresentata dal sogno di sentirsi protagonisti, singoli o associati, della vita pubblica e di potere superare la legge dei binomi antitetici (es. profit - no profit, stato – mercato, destra – sinistra), ormai di uso comune, costrutto rigido, in ogni confronto dialettico, e segno evidente della cultura del conflitto a oltranza, a vantaggio di una condivisione degli intenti e dei progetti.

Spettatrice attenta del contesto storico-sociale, ma anche fonte di idee e di progetti, la cooperativa sociale Integrazione e Ricerche “Lamberto Valli”srl ONLUS vive nel centro di Forlimpopoli dal 1981, ideando e gestendo servizi alle persone disabili.

Particolare attenzione è stata rivolta negli anni alle patologie gravi di adulti, con ostacoli fisici e/o psichici.

La prima esperienza di servizio attivato dalla cooperativa fu quella di un percorso biennale di inserimento lavorativo, al quale si andò ad aggiungere da subito una serie di iniziative per la gestione del tempo libero per un gruppo di 12 ragazzi frequentanti un centro socio riabilitativo provinciale.

Appositamente per questa fascia di utenza, adulti gravi, è stato attivato nel 1987 un Centro Diurno Socio Riabilitativo, con la disponibilità di 16 posti. Questo Centro serve il bacino dei comuni di Forlimpopoli e Bertinoro, territorio al quale è vincolato l’operare della cooperativa per la scelta di ottenere un profondo radicamento ed integrazione con la comunità locale. Questa integrazione è uno dei punti sui quali la cooperativa ha speso maggiori energie, cercando di ottenere il massimo scambio relazionale territorio-centro riabilitativo.

Ciò ha portato ad una progressiva crescita culturale della comunità, che ora può vedere il disabile anche come risorsa per sè stessa (i ragazzi contribuiscono ad animare feste di paese, collaborano con le associazioni per volantinaggi o pubblicizzazione di iniziative) e non solo come anello debole da sostenere o da assistere; d’altro canto le attività create per gli utenti possono avere come ambito privilegiato non solo la struttura cooperativa, ma l’intero paese, con tutte le opportunità di spazi e di relazioni sociali importanti, comuni alla globalità dei cittadini.

Gli anni trascorsi sentendo il battito del cuore della città, hanno permesso ai soci della cooperativa di costruire un patrimonio di cui il paese va orgoglioso; proprio a Forlimpopoli ritorna la ricchezza prodotta dal lavoro svolto, sotto forma di:

· servizi alla persona di buona qualità;

· organizzazione efficace delle risorse a disposizione, ivi comprese le forze di volontariato ed il servizio civile;

· creazione di posti lavoro;

· crescita dell’imprenditoria sociale nel territorio;

· opportunità formative per giovani e studenti;

· offerta di un esempio di modello di gestione democratico e rispettoso della persona;

· manifestazioni di sensibilizzazione sul tema dell’ Educazione alla Marginalità;

· un patrimonio di relazioni importanti per utenti e loro familiari, volontari, soci, amici e cittadini;

· partecipazione attiva alla vita del paese;

· ricerca di nuove metodologie di lavoro a disposizione anche per altri interventi sul territorio;

· strutture immobiliari che rimarranno a disposizione del paese anche in caso di scioglimento della stessa cooperativa.

I forlimpopolesi, a vario livello, percepiscono questo valore sottolineando l’appoggio con l’interesse di una comunità che va maturando una responsabilità verso chi si presenta più debole.

Nei gesti semplici di qualche ora di lavoro messa a disposizione per supportare le attività dei centri operativi, nel sostenere economicamente gli investimenti mirati ad un potenziamento dei servizi offerti, molti concittadini hanno fatto crescere la cooperativa ed hanno dato la spinta e l’incoraggiamento necessari allo sviluppo.

Qualche numero, in 27 anni di attività:

· circa 25.000 ore di volontariato sono state fornite in venti anni per attivare e supportare i servizi;

· 80 persone, fra soci e dipendenti, hanno costruito la storia della cooperativa e sono cresciute come persone e cittadini;

· circa 40 gli obiettori di coscienza in servizio civile che hanno trovato la possibilità di crescita personale e spesso sono rimasti in contatto come soci, dipendenti, soci lavoratori, volontari, amici;

· almeno 110 le persone ed i giovani che hanno fatto crescere la cooperativa col loro servizio volontario;

· circa 40.000 ore di servizio alla persona annue;

· 340.000,00 euro donate in ventisette anni dai cittadini, spesso in occasione di lutti familiari, per sostenere l’avviamento di nuovi servizi;

· 360.000,00 euro di finanziamento pubblico, riconoscimento della validità dei progetti avviati dalla cooperativa in venti anni di attività;

· 60.000,00 euro di finanziamento da imprese private, riconoscimento della credibilità dei progetti avviati dalla cooperativa in venti anni di attività e della visibilità della cooperativa a livello territoriale;

· 28 le persone disabili seguite quotidianamente, alcune 24 ore su 24, nei centri operativi da oltre 20 anni.